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Ci sono momenti della vita professionale in cui il lavoro cambia più velocemente di noi.
All'inizio quasi non ce ne accorgiamo: aumentano le responsabilità, le persone da coordinare, le decisioni da prendere. Le giornate si riempiono e ci sembra naturale continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto: risolvere problemi, intervenire quando serve, essere disponibili, controllare che tutto proceda nella direzione giusta.
Poi, lentamente, qualcosa cambia, non tanto nel lavoro, quanto nel modo in cui lo viviamo.
Molti manager mi raccontano una sensazione molto simile. Lavorano moltissimo, ottengono risultati, eppure arrivano a fine giornata con la percezione di essere stati sempre impegnati senza aver dedicato tempo a ciò che ritengono davvero importante. Non parlano di demotivazione, né di mancanza di competenze. Parlano piuttosto della sensazione di rincorrere continuamente il ruolo. Ed è proprio qui che, a mio avviso, si apre una riflessione interessante.
Quando un manager inizia a sentirsi in affanno, la spiegazione più immediata riguarda quasi sempre il carico di lavoro. "Ho troppe riunioni." "Mi interrompono continuamente." "Non riesco mai a dedicarmi alle attività strategiche." Sono tutte osservazioni reali, tuttavia, nella mia esperienza, molto spesso rappresentano l'effetto e non la causa.
La causa è più sottile: il ruolo è cresciuto, ma il modo di interpretarlo è rimasto quello di qualche anno prima.
Continuiamo a trovare rassicurazione nelle attività che conosciamo meglio. Restiamo operativi perché ci sentiamo competenti in quel terreno. Interveniamo rapidamente perché per anni è stato proprio questo a renderci affidabili agli occhi degli altri. Sono qualità preziose, il punto è che, a un certo momento della carriera, non bastano più.
C'è una parte della crescita professionale di cui si parla poco, quella che non consiste nell'acquisire nuove competenze, ma nell'abbandonare modalità che fino a ieri hanno funzionato molto bene.
È probabilmente uno dei passaggi più delicati della leadership.
Per anni siamo stati riconosciuti perché risolvevamo problemi, prendevamo decisioni rapidamente, eravamo sempre presenti. Quando il ruolo evolve, ci viene chiesto qualcosa di diverso: costruire autonomia negli altri, dedicare più tempo alla visione, creare le condizioni perché il team possa funzionare anche senza il nostro intervento continuo. Razionalmente tutto questo è chiaro, emotivamente molto meno.
Lasciare andare alcune attività significa rinunciare a una parte dell'identità professionale che ci ha accompagnato per anni. È naturale che questo generi resistenza e... un po' di timore.
In queste situazioni mi capita spesso di invitare i manager a fermarsi qualche minuto e porsi alcune domande.
Sto facendo questa attività perché oggi produce valore oppure perché l'ho sempre fatta?
Dove il mio intervento è davvero indispensabile e dove, invece, sto semplicemente sostituendomi a qualcun altro?
Se oggi iniziassi questo ruolo da zero, organizzerei davvero il mio lavoro nello stesso modo?
Non esistono risposte giuste, esiste però il valore di fermarsi a osservare il proprio modo di lavorare con uno sguardo un po' più distaccato.
Molti immaginano il coaching come uno spazio in cui trovare nuove tecniche o nuovi strumenti, nella mia esperienza (e per reale identità del coaching) succede spesso qualcosa di diverso: le persone arrivano sapendo già cosa dovrebbero fare, quello che cercano è uno spazio nel quale capire perché continuano a fare altro.
È una differenza sostanziale.
Perché il cambiamento, soprattutto nei ruoli di responsabilità, raramente dipende dalla mancanza di competenze. Molto più spesso dipende dalla difficoltà di lasciare andare ciò che, fino a quel momento, ha funzionato. Il coaching aiuta proprio in questo: osservare il proprio ruolo con maggiore lucidità, riconoscere i meccanismi che si ripetono e costruire un modo più sostenibile di stare nella leadership.
La crescita professionale non coincide sempre con l'aggiungere qualcosa, a volte può coincidere con il togliere: togliere attività che non ci appartengono più, modalità che non servono più, convinzioni che ci hanno aiutato a crescere ma che oggi rischiano di rallentare il passo successivo. Il ruolo continuerà a cambiare, è inevitabile.
La domanda interessante è un'altra: stiamo cambiando anche noi insieme a lui?
Mi chiamo Roberta Sala e affianco i professionisti delle reti finanziarie e assicurative quando è il momento di rafforzare il proprio ruolo e far crescere persone e risultati.