15 Settembre 2026

La crescita continua è davvero sostenibile?

All’inizio della carriera, "crescere" ha un significato piuttosto chiaro: imparare, migliorare, assumere nuove responsabilità, raggiungere risultati, ottenere riconoscimenti. Ogni traguardo alimenta il desiderio di raggiungerne un altro e la motivazione sembra quasi aumentare insieme alle opportunità.

Con il passare degli anni qualcosa cambia. Il lavoro può continuare a essere interessante, i risultati arrivano e le responsabilità aumentano, eppure ciò che fino a qualche tempo prima rappresentava un traguardo importante può non generare più la stessa soddisfazione. È facile leggere questa sensazione come stanchezza o perdita di motivazione, mentre potrebbe raccontare qualcosa di diverso: è cambiato ciò che ci motiva e, insieme a questo, sta cambiando la nostra idea di crescita.

La motivazione cambia insieme a noi

Negli anni scorsi ho dedicato alcuni articoli alla teoria dell’autodeterminazione di Edward Deci e Richard Ryan [link], perché offre una chiave di lettura interessante per comprendere questa evoluzione. La motivazione può essere sostenuta prevalentemente da fattori esterni, come il riconoscimento, il ruolo, il risultato o l’approvazione, oppure diventare progressivamente più autonoma, quando quello che facciamo trova corrispondenza nei nostri valori e nel significato che attribuiamo al lavoro.

Gli obiettivi esterni sono importanti, soprattutto nelle prime fasi della carriera, perché contribuiscono a costruire esperienza, fiducia e competenze; con il tempo, però, può accadere che non siano più sufficienti. Un risultato che qualche anno prima ci avrebbe resi orgogliosi viene raggiunto e quasi immediatamente archiviato, mentre comincia a farsi strada la domanda su cosa desideriamo davvero ottenere dal nostro lavoro. La risposta a questa domanda non solo è complessa, ma varia anche di molto al variare delle fasi della vita.

Da una forma mentis socializzata a una forma mentis autrice

Il lavoro di Robert Kegan sullo sviluppo adulto aggiunge un altro tassello a questa riflessione, perché sposta l’attenzione da ciò che facciamo al modo in cui costruiamo il significato delle nostre esperienze.

Semplificando il suo modello, in età adulta possiamo osservare il passaggio da una forma mentis socializzata, nella quale il nostro valore e le nostre scelte sono fortemente influenzati dalle aspettative del contesto e dal riconoscimento delle persone che per noi contano, a una forma mentis autrice, nella quale diventiamo progressivamente capaci di costruire un nostro sistema di valori e di decidere attraverso quali criteri valutare obiettivi, scelte e successo.

Si tratta di un passaggio particolarmente interessante nella vita professionale, perché il contesto può continuare a proporci esattamente ciò che per anni abbiamo desiderato: nuovi obiettivi, responsabilità più ampie, riconoscimenti, opportunità. Nel frattempo, però, potremmo avere iniziato a misurare il valore del nostro lavoro con criteri diversi.

Qui nasce una frizione che non sempre è facile riconoscere. Continuiamo ad accogliere obiettivi che arrivano dall’esterno perché siamo abituati a considerarli automaticamente anche nostri, mentre una parte di noi comincia a chiedersi se siano ancora coerenti con ciò che vogliamo costruire.

Se questo passaggio non viene reso consapevole, la sensazione può essere quella di avere perso motivazione o di non riconoscersi più completamente nel proprio ruolo, anche quando dall’esterno tutto sembra procedere molto bene.

Crescere in modo sostenibile

È proprio qui che, secondo me, il concetto di sostenibilità professionale assume un significato interessante.

La sostenibilità non è rallentare la crescita, ma creare le condizioni perché la crescita possa continuare nel tempo.

Questo significa poter continuare ad avere ambizione, assumere responsabilità e cercare nuove sfide senza accogliere automaticamente ogni nuovo traguardo come necessario. Significa anche riuscire a distinguere ciò che il contesto considera successo da ciò che, nella fase professionale in cui ci troviamo, continua ad avere significato per noi.

La crescita diventa allora meno lineare e forse anche più adulta, perché non si misura soltanto attraverso ciò che raggiungiamo, ma attraverso la capacità di scegliere cosa vogliamo continuare a costruire e a quale prezzo siamo disposti a farlo.

Il ruolo del coaching

Nei percorsi di coaching questa riflessione emerge spesso senza che la persona arrivi necessariamente con il desiderio di cambiare lavoro o ruolo. A volte il bisogno è molto più sottile: ritrovare un allineamento tra ciò che il contesto continua a chiedere e ciò che oggi si desidera chiedere a sé stessi.

Mettere a fuoco questa distanza permette di distinguere una reale perdita di motivazione da un’evoluzione del proprio modo di attribuire valore al lavoro e, soprattutto, consente di decidere consapevolmente cosa continuare a perseguire e cosa invece non rappresenta più una misura significativa della propria crescita.

Forse, allora, la domanda non è più soltanto “Come posso continuare a crescere?”, ma diventa: “Come posso continuare a crescere senza smettere di riconoscermi in ciò che faccio?”

Credo che proprio da questa domanda possa iniziare una forma più consapevole, e soprattutto più sostenibile, di crescita professionale.

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roberta

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