15 Aprile 2024

Produttività e felicità

Settimana scorsa, mi è stato chiesto di parlare con professionisti di alto profilo del concetto di gestione del tempo. Riflettendo sul taglio da dare all'intervento, mi è venuto da fare un parallelismo forse azzardato (forse no) tra i concetti di produttività e felicità.

Siamo abituati a parlare senza remora di produttività, è un concetto che ricorre molto frequentemente in ogni ambito della nostra vita lavorativa (e forse anche extra lavorativa). Produttività intesa come "fare", ciò che dà anche un valore economico al nostro tempo e al nostro impegno.

C’è un altro concetto che, invece, spesso è citato quasi con timore nel mondo lavorativo, con la paura di sembrare puerili, o sulle nuvole, privi di base concreta insomma. E' il concetto di felicità. Cosa avranno mai a che vedere queste cose che siamo abituati a vedere quasi agli antipodi?

Per noi spesso produttività è lavoro, impegno, dare un risultato concreto e tangibile a come si utilizza il nostro tempo. Lavoro = produco. Quando voglio approfondire un concetto, mi piace indagare anche l’origine delle parole perché, come dico spesso citando un celebre registra, "le parole sono importanti". Sia quelle che diciamo agli altri, sia quelle che diciamo a noi stessi, vi lascio due link su miei articoli del blog che ne parlano (Hate Speech, il lato oscuro del linguaggio e La scelta delle parole nel dialogo interiore). Perché le parole, oltre a descriverla, creano anche la realtà. Danno significato alle cose, autorizzano o vietano nostri comportamenti, fanno accadere cose. Ma questo è un altro argomento. Produttività e felicità, dicevamo.

Produttività viene da pro-ducere, portare avanti, far crescere, formare, far fruttare il tempo. Con questo significato, che esula dalla mera equazione economica tra lavoro e prodotto, con il concetto di creare, di dare vita a qualcosa, riesco a far pace con la "produttività" ed associarla alla felicità. Essere produttivi, in maniera piena, così come descritto qui, ci porta alla felicità di un lavoro ben fatto, di un tempo ben speso, alla soddisfazione di veder crescere qualcosa. Aggiungo la relazione in senso opposto: se è vero che essere produttivi porta alla felicità, è anche vero che, più siamo felici e sereni, più la nostra produttività cresce. Ha molto a che fare con la motivazione intrinseca, di cui abbiamo già parlato, un volano che si autoalimenta. E ha molto a che fare con la cura di noi stessi, del nostro benessere, che ci porta a una maggiore spinta produttiva.

Busy Work

Con cosa non ha a che fare la felicità invece? Non ha a che fare con “l’essere impegnato”, quello che gli anglosassoni chiamano il Busy work. Cos'è il busy work? E' il presenzialismo fine a se stesso, la quotidianità che ci sommerge, la reattività al posto della proattività, il lavoro per obiettivi non nostri o il lavoro non funzionale ai nostri obiettivi. Tutto ciò che, a fine giornata, ti fa dire: "ho corso tutto il giorno ma non ho concluso niente". E' ciò che accade alla nostra agenda quando non la programmiamo (e, quindi, la programmano gli altri per noi).

Capita eh? e che frustrazione. Cosa fare allora?

  1. Non perdere di vista gli obiettivi di lungo periodo, sono quelli che ci danno la direzione e ci fanno capire se siamo sulla strada giusta. Se i nostri sforzi sono funzionali o meno.
  2. Teniamo sempre presente il secondo quadrante di Eisenhower: ciò che per noi è importante ma non urgente. Lì c'è la crescita, la formazione, le relazioni, il benessere.
  3. Programmiamo, di conseguenza, con attenzione la nostra agenda. Se non decidiamo noi le nostre priorità, lo farà qualcun altro (i clienti, il manager, i nostri familiari...)

Conclusioni

Work smarter not harder dicono gli anglosassoni. Non importa la quantità del tempo che mettiamo a disposizione per la nostra attività, ma la qualità di ciò che facciamo e la funzionalità rispetto ai nostri obiettivi.

Anche perché, non so voi, ma io inizio ad avere l’urgenza della qualità. E la qualità ha a che fare con il metodo. Devo decidere chi fa la mia agenda, e se non la faccio io, la farà qualcun altro. Se io non programmo, allora la realtà intorno occuperà i miei spazi, la quotidianità, la vita insomma. Portandomi verso il lavoro improduttivo (per i miei obiettivi) e abbassando la qualità della mia produttività e del mio benessere.

La qualità del lavoro ha a che fare con il godersi il viaggio, con la serenità quotidiana di aver contribuito un poco ai nostri obiettivi e di averlo fatto con qualità.

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roberta

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